Perché non è un gioco per signorine?

di redazione di NoiNo.org

Perché non è un gioco per signorine?

Piccoli calciatori crescono. Ma come? Parla Ludovico Arte, dirigente scolastico, sociologo e responsabile dell'area psicopedagogica della FIGC toscana. Ludovico aderisce a NoiNo.org e ci offre una sintesi del suo capitolo del libro "Trasformare il maschile", curato dall'Associazione Maschile Plurale. Ma perché occuparsi di calcio? 

Il football non è solo fatto di star ed eventi mediatici globali. In Italia la pratica del calcio accompagna quotidianamente la crescita di decine di migliaia di bambini e ragazzi. Sui campetti delle scuole calcio, i piccoli calciatori non entrano solo nel ruolo di trequartisti o di portieri, ma anche nel loro ruolo di genere: cioè cominciano a capire quale identità di uomo e maschio incarneranno, o con cui si scontreranno, quando saranno adulti.

NON È UN GIOCO PER SIGNORINE. LE IDENTITÀ MASCHILI NELLE PRASSI EDUCATIVE DEL CALCIO GIOVANILE
Di Ludovico Arte

La Federcalcio toscana ha tesserato nel 2011 50.691 bambini e ragazzi tra i cinque e i sedici anni, di cui circa due terzi nella cosiddetta "scuola calcio" fino a dodici anni. Gli anni in cui i bambini avviano la pratica sportiva sono quelli in cui maggiormente avvertono il condizionamento dei modelli adulti e più forti sono i meccanismi di identificazione.
Ci si aspetterebbe di trovare un clima sereno, allegro, fatto di bambini che giocano a calcio e di adulti che si divertono. Invece spesso non è così. Anche quando a giocare sono bambini molto piccoli, si respira un clima pesante, un livello di tensione, di agonismo, di nervosismo fuori misura. Così si vedono persone apparentemente irreprensibili durante la settimana dare in escandescenza nel weekend, mentre assistono alla partita dei propri figli o seguono una gara a bordo campo da allenatori o dirigenti.   

Che il mondo del calcio sia un mondo maschile e, per molti aspetti, maschilista, non credo vi possano essere dubbi. Tutto questo è ancora fortemente presente anche nel calcio giovanile, dove i modelli maschili sono veicolati dalle diverse figure adulte: padre, nonno, dirigente, istruttore, arbitro. Tutti quasi sempre uomini. Anche se, da un po' di tempo, una pattuglia agguerrita di mamme si affaccia sui campi da gioco. Ma i segni di una certa cultura maschile nel calcio giovanile rimangono sempre forti.
Uno di questi investe senza dubbio il corpo. Che è un elemento fondamentale del gioco, naturalmente: il calcio è un gioco "fisico". Ma il corpo nel calcio ha una valenza ulteriore, diventa strumento di comunicazione: si urla, si gesticola, ci si dimena, in un evidente stato di agitazione psicomotoria che tocca tutti. Spettatori, dirigenti, genitori, tifosi. Talvolta anche gli arbitri. In campo e fuori si assiste ad accesi diverbi che non di rado si trasformano in colluttazioni e risse. Forse i meno colpiti da questo "virus" sono i bambini. Finché l'ambiente non li condiziona, facendo diventare anche loro tesi e nervosi. Vi è poi la crescente  attenzione per la dimensione atletica del gioco, per il potenziamento fisico. All'attenzione spesso ossessiva per il corpo corrisponde nel calcio una speculare trascuratezza per i pensieri e i sentimenti del bambino maschio. Tutti guardano se è forte fisicamente, alto, muscoloso, scattante, tutti gli guardano i piedi. Ma non ci si cura altrettanto di come sta, di cosa pensa. Come se la mente nello sport non contasse, come se le emozioni fossero roba da donne.

Un altro elemento attraverso il quale il maschile si manifesta nel mondo del calcio giovanile è la cultura del risultato. Naturalmente lo sport è agonismo, competizione e la ricerca della vittoria è un fatto normale. Ma nella cultura maschile prevalente nel calcio la vittoria ha spesso un significato distorto. Non è il possibile risultato di una competizione, ma l'esito obbligato di chi deve dimostrare la sua virilità. L'uomo vero è un vincente, chi perde è un fallito. Qualcuno esplicita il pensiero che le donne siano più deboli e che la sconfitta sia femmina. E quindi il maschio debole e perdente è una femmina o, nel linguaggio denigratorio diffuso, una femminuccia.
Infatti i maschi del calcio, adulti e bambini, vogliono vincere. Tutti. Di più, devono vincere per dimostrare di essere uomini. E per questo sono spesso disposti a fare molti sacrifici. E talvolta anche a violare le regole, per esempio facendo uso di sostanze.
Ma la strada della vittoria a tutti i costi è pericolosa. Porta alla formazione di maschi prepotenti, bulli e prevaricatori. Sono maschi costretti a nascondere i propri pensieri e i propri sentimenti quando non sono in linea con i modelli virili che imperversano. Nel nostro ambiente si racconta sempre che la voce più rappresentativa in un campo di calcio è quella del custode, che, quando vede un allenatore dispotico, che urla e tratta male i ragazzi, va dal direttore sportivo e gli dice: "Bravo, questa volta sì che hai preso un buon allenatore, di quelli che sanno farsi rispettare!". È la cultura dell'uomo dominante, del capobranco, che vuole distinguersi perché ha potere e ci tiene ad esibirlo. Ed è l'altra faccia dell'adulto che tutto consente, che ha un approccio iperprotettivo, che cerca di evitare ogni sacrificio, ogni difficoltà ai propri bambini.

Il risultato del modello educativo che si afferma nel mondo del calcio sono bambini deboli, fragili, che non si sperimentano e quindi non si conoscono, che non hanno la percezione obiettiva delle proprie risorse e dei propri limiti. In campo si vedono bene, sono maschi che faticano a costruire la propria identità perché sopraffatti da genitori che proiettano su di loro le proprie paure, le proprie mancanze, i propri desideri. Spesso sopravvalutandoli, qualche volta invece bistrattandoli, in ogni caso non vedendoli, impedendo loro di essere sé stessi. Per alcuni genitori, il figlio è una protesi, una parte di loro in attesa di un processo di separazione/individuazione che non arriva mai. Per altri adulti, il bambino è lo strumento inconsapevole di un loro riscatto personale o sociale. In questo quadro, il padre che urla dagli spalti al figlio maschio pretendendo che diventi un campione e la madre che gli porta la borsa, producono lo stesso risultato: figli mancanti di una loro identità, prevaricati dall'invadenza di genitori che sono lì per rispondere ai propri bisogni, non a quelli dei loro figli.

Quali sono le azioni che il settore giovanile della Federcalcio cerca di mettere in campo per promuovere un cambiamento? Innanzitutto il nostro lavoro vorrebbe aiutare gli adulti a "vedersi" mentre accompagnano il bambino al campo di calcio o mentre a bordo campo e in tribuna lo guardano giocare. Attraverso la riflessione, il dialogo, il confronto. O anche utilizzando delle riprese con videocamere. Perché rivedersi in un'immagine, o nelle parole e negli occhi degli altri, adulti o bambini, è una scoperta che sconcerta ed apre percorsi di cambiamento inattesi. 

Rispetto alla cultura del risultato, diventa importante lavorare simbolicamente sul rapporto con la sconfitta, imparando ad accettarla come parte della competizione e della vita. Ma anche questo è un messaggio che deve arrivare dagli adulti. Quanti dirigenti, allenatori, genitori sanno accettare le sconfitte?

I ragazzi che giocano a pallone sono spesso convinti che vince "chi ce l'ha più lungo", e non chi sa gestire razionalmente ed emotivamente le partite, con la testa e con il cuore. È una questione che si collega anche alla difficoltà di decidere e di assumersi delle responsabilità. Competenze che sono state colpite dalla "crisi del maschile", quantomeno del maschile inteso prevalentemente come esercizio del potere.

Come settore giovanile della Federcalcio, stiamo cercando di lavorare su questo, sviluppando proposte formative che si fondano sul protagonismo positivo dei ragazzi, che attivano le loro risorse, la loro autonomia. Consigliando all'adulto di non preoccuparsi tanto di dare risposte corrette, quanto di porre le giuste domande. Si tratta di decostruire modelli di educazione che producono maschi bambini, per favorire la crescita di maschi adulti. Una scommessa difficile, soprattutto per il mondo del calcio. Ma qualcosa si sta muovendo.

Foto © Gianni Mazzotta per NoiNo.org: i giocatori di HSL - squadra di football antirazzista del TPO di Bologna



3 Commenti


24/06/2016

nel calcio come in tutti gli sport agonistici si gioca per vincere (il detto "l'importante è partecipare" è ipocrita) e questo vale per maschi e femmine come vale per maschi e femmine l'attenzione per il corpo e l'agilità (certe caratterisiche fisuche sono necessarie nello sport), ma lo sport dovrebbe insegnare anche a gestire le sconfitte e saperle accettare: un modo per farlo è riconoscere che il tuo avversario ha vinto perchè in quell'occasione si è dimostrato più bravo di te (e non c'entra avercelo più lungo o cavolate del genere), riconoscerne il valore e ripartire per fare meglio la prossima volta (antonio conte ha fatto benissimo a rispondere come ha risposto, certa retorica che descrive il calcio come fosse la battaglia dei cinque re è insopportabile)


23/06/2016

Qualunque gioco a squadre credo sia anche la rappresentazione "pacifica" di una battaglia campale. Un modo per esorcizzare la violenza di altri tempi. L'assurdo è che oggi si fa l'opposto: per raccontare una partita si usa quasi solo - sui grandi media, eh, mica al bar - proprio la metafora della guerra, il tono epico ed eroico, si sprecano i paragoni con l'arena e i gladiatori... senza l'ombra d'ironia. Mi ha sorpreso in positivo il ct azzurro: dopo la prima vittoria della nazionale di calcio negli europei, si è trovato l'intervistatore Rai in trance agonistica che gli chiedeva se era soddisfatto della prova dei suoi "guerrieri"; Antonio Conte, che non mi pare proprio un campione di sensibilità alle questioni di genere, per un secondo ha fatto una faccia infastidita e ha risposto che erano semplicemente "ragazzi" e che sì, erano stati bravi ecc. Ragazzi. Un po' più grandi di quelli che tanti di noi accompagnano il pomeriggio alle scuole calcio. Speriamo che incontrino educatori formati, sensibili. Sì, capaci di fare di una partitella una piccola storia epica. Ma anche di riderci su.


Paolo84
02/07/2014

nel calcio come in tutti gli sport agonistici si gioca per vincere (il detto "l'importante è partecipare" è ipocrita) e questo vale per maschi e femmine, ma lo sport dovrebbe insegnare anche a gestire le sconfitte e saperle accettare: un odo per farlo è riconoscere che il tuo avversario ha vinto perchè in quell'occasione si è dimostrato più bravo di te (e non c'entra avercelo più lungo o cavolate del genere), riconoscerne il valore e ripartire per fare meglio la prossima volta


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