Se anche chi lavora contro la violenza litiga di brutto.

di Daniele Guoli


Se anche chi lavora contro la violenza litiga di brutto.

Negli ultimi anni l'attenzione degli "addetti ai lavori" e dei media si è finalmente focalizzata sul tema della violenza di genere dal punto di vista maschile. I centri per uomini "maltrattanti", come quello con cui collaboro come psicologo, non sono più una rarità. Ma dalle domande sulle cause della violenza e su come affrontarla nascono discussioni accese.
Di recente mi sono trovato proprio in mezzo a una di queste polemiche: durante una delle presentazioni della web serie "Five Men – cose da uomini", si sono scontrati i due principali filoni di pensiero sul tema.

Il primo ritiene che la violenza di genere nasca principalmente da distorsioni culturali: da quella mentalità patriarcale che assegna al maschio un ruolo dominante, producendo così un uomo che fatica a convivere con la propria e altrui affettività; un uomo che, nel tentativo di essere forte, prima o poi cede alla delusione, alla bassa stima di sé e alla violenza. La stessa divisione dei ruoli maschili e femminili si riflette sulla donna, che conferma la posizione maschile e ci convive (negli USA il 15% delle donne ritiene giusto che l'uomo possa schiaffeggiare la propria compagna).

Chi condivide questa impostazione "culturale" si propone di andare alle radici del problema, lavorando su un nuovo ruolo maschile, sul linguaggio (che rafforza sottilmente la relazione dominante/dominato), un rapporto più aperto con le nostre emozioni, il significato di uomo in una società che cambia.
L'altra scuola di pensiero nasce da una lettura clinica del problema. Ma se fino a pochi anni fa si risolveva la questione relegando le forme di violenza maschile tra i sintomi secondari di disturbi di personalità psicopatologici (vedi l'intervento inviato dall'Ordine degli Psicologi del Lazio, NdR), ora fortunatamente il campo si è allargato. Grazie ai tanti centri per uomini nati in Europa (e in Italia: qui trovate più informazioni), la violenza è considerata un problema specifico, da affrontare anche con "tecniche" psicologiche per interrompere i comportamenti violenti.

Alcuni professionisti clinici guardano con scetticismo alla validità di questi interventi (vedi il contributo critico che l'Ordine degli Psicologi del Lazio ci ha inviato). Ma la direzione sembra presa.

Sia l'approccio "culturale" che quello "clinico" a mio modo di vedere sono entrambi ricchi e produttivi. Gli attriti nascono quando chi li sostiene svalorizza totalmente la visione opposta.
I sostenitori dell'approccio culturale dicono che la violenza non è una malattia, e che perciò pensare di "curare" l'uomo maltrattante sia fuorviante, ancor peggio pensando di risolvere il problema con tecniche psicologiche. Giustamente si afferma che parlare di malattia e cura sia controproducente, in quanto la stigmatizzazione non ha mai portato nulla di buono, e un uomo che si vede malato e giudicato si preoccuperà più di nascondersi che di aprirsi ad un aiuto.

Dall'altra parte, si ritiene spesso che associazioni culturali e gruppi di uomini che vogliono interrogarsi sul loro ruolo, non condotti da terapeuti o professionisti clinici, possano affrontare il problema in modo riduttivo quando non proprio pericoloso per le donne che subiscono violenza.

Personalmente ritengo tali chiusure molto controproducenti.
La mia doppia esperienza nel campo (come clinico ma anche come divulgatore, che sa di parlare con una comunità costruita su di una cultura condivisa) mi aiuta a vedere il problema da entrambi i punti di vista.

Per me è fondamentale chiederci da dove veniamo come uomini e donne, pensando che chi ci ha educati a sua volta ha ereditato precise quanto pesanti impostazioni, le quali costruiscono il mondo intorno a noi. Anche come professionista, non devo mai dimenticare che sono prima di tutto un uomo, con i miei preconcetti e le mie paure.

Vedo tale lavoro fondamentale nella prevenzione di una società futura, libera dalla violenza; penso ai ragazzi, all'educazione dei giovanissimi, ma anche degli adulti, padri e mariti.

Ritengo però fondamentale l'approccio clinico, quando la violenza è già in corso nella coppia. Ricordiamoci che, in questi casi, i "ceffoni" stanno già volando, e limitare a chiederci da dove veniamo e quali siano le cause della nostra aggressività, sia non solo riduttivo ma anche pericoloso e controproducente. Un uomo che fa violenza si sente vittima, e il parlare del "perché" lo fa lo aiuta solamente a giustificarsi ancora di più; deve invece scardinare la posizione di vittima per entrare in quella della piena responsabilità.

Ci sono tecniche psicologiche che stimolano il lavoro comportamentale, facendo di fatto regredire poco a poco la violenza fisica, la più pericolosa nei brevi termini. Quando questa cessa, avremo più tempo e tranquillità per introdurre le riflessioni precedenti, anche utilissime per arginare quello che forse, a lungo termine, è la piaga principale: la violenza psicologica ed emozionale.

Io che mi muovo nel campo, talvolta come operatore al quale si chiede di essere esterno ai problemi, un po' come uomo, sento di dovermi dirigere verso un'integrazione profonda, viscerale, delle due visioni: la ritengo l'unica strada per poter sperare di dare il mio granello di contributo ad una società, la nostra, profondamente ferita dalla violenza di genere.

Foto di The Rik Pics da Flickr - Licenza CC Creative Commons



1 Commenti


Richie
20/10/2015

l'85% delle donne americane non accetta di essere schiaffeggiata dal partner. E' positivo


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